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Fascio di luce di un proiettore che taglia il buio, un singolo fotogramma luminoso che si dissolve in particelle, illustrazione editoriale
Industria· cinema· AI generativa· consenso· Tribeca

Un film interamente generato dall'AI entra in un grande festival: e riapre la domanda del consenso

Dreams of Violets, primo lungometraggio interamente prodotto con l'intelligenza artificiale, debutta al Tribeca. Costato 2.000 dollari, senza attori né telecamere, mette in scena persone reali. E chiede: chi ha detto sì?

di Redazione SEMBLIC

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C'è una soglia che il cinema non aveva ancora attraversato, e questa settimana è caduta. Il 10 giugno, al Tribeca Festival di New York, ha debuttato Dreams of Violets: il primo lungometraggio interamente generato dall'intelligenza artificiale a essere accolto da un grande festival. Niente attori, niente set, niente telecamere. Settantaquattro minuti di docudramma costruiti, fotogramma dopo fotogramma, da una macchina.

Il dato che fa più impressione non è artistico, è economico. Il film è costato circa 2.000 dollari e ha richiesto pochi mesi di lavoro, realizzato dal regista Ash Koosha (di origine iraniana, residente a Londra) insieme al fratello Pooya per lo studio Fountain 0. Per confronto: un singolo spot pubblicitario tradizionale costa molte volte tanto. La barriera d'ingresso al "fare cinema" non si è abbassata, è quasi sparita.

Una macchina che mette in scena persone vere

Dreams of Violets non racconta una fantasia. Si ispira alle proteste che hanno attraversato Teheran a gennaio, e segue cinque iraniani che si incontrano in un vicolo prima di essere giustiziati, osservati dalla finestra da Amir, un bambino di dieci anni con paralisi cerebrale. Sullo sfondo ci sono eventi reali, con migliaia di morti e decine di migliaia di arresti documentati dalle organizzazioni per i diritti umani.

Qui si apre la questione che ci riguarda da vicino. Quando un software genera i volti, i corpi e le voci di persone reali, anche con intenzioni nobili, nessuno di quei volti ha firmato. Lo riconosce lo stesso Koosha, che ha definito l'opera un "film memoriale" e ha ammesso, senza giri di parole, che mettere in scena con l'AI persone realmente morte solleva domande difficili. La sua risposta è che il silenzio, l'oblio voluto da chi ha represso le proteste, sarebbe peggio. È una posizione rispettabile. Ma resta vero che la tecnologia che permette di onorare una memoria è la stessa che permette di falsificare un'identità.

Un volto umano che emerge e si dissolve in particelle digitali
La stessa tecnica che ricostruisce una memoria può fabbricare un'identità. Illustrazione SEMBLIC.

Lo strumento è neutro, il consenso no

Per costruire il film, Fountain 0 ha messo in fila i motori del momento: Kling AI per il video, Google Nanobanana per le immagini e i fotogrammi chiave, Gemini per la ricerca, Claude di Anthropic per il lavoro sul linguaggio, più una tecnologia proprietaria per la coerenza delle inquadrature. Tutto dal salotto di una casa londinese. Sono gli stessi strumenti che, con un prompt diverso, possono dare il volto di chiunque a una scena che quella persona non ha mai vissuto.

Il mondo del cinema lo sa, e reagisce in ordine sparso. Cannes ha vietato i film generati dall'AI dalla competizione ufficiale, relegandoli al mercato. Tribeca li ha invece accolti nella programmazione, raccogliendo applausi e richieste di boicottaggio nello stesso giorno. Le recensioni sono divise: chi parla di un esperimento "inquietante per tutte le ragioni giuste", chi nota i corpi che si muovono con una rigidità innaturale. Tutti, però, concordano su un punto: questo non è più un giocattolo da laboratorio.

Una finestra di luce in un muro buio, sagome di figure oltre il vetro
Una finestra su chi non può più parlare: il punto è chi decide di aprirla. Illustrazione SEMBLIC.

La domanda che il film lascia aperta

Dreams of Violets dimostra che la generazione di un essere umano credibile, in movimento, è ormai alla portata di chiunque. La differenza tra un omaggio e un abuso non sta più nella tecnica, perché la tecnica è identica. Sta in una sola cosa: il consenso. Chi compare in quei fotogrammi ha autorizzato, oppure no, che la propria immagine prendesse vita in quel modo.

È esattamente il problema attorno a cui nasce Semblic. Prima che generare un volto diventi un gesto banale, serve un luogo dove una persona possa rivendicare il proprio, dichiarare come può essere usato e dove chiunque possa verificarlo. Non per fermare il cinema del futuro, ma per assicurarsi che dietro ogni volto generato ci sia, quando si tratta di una persona reale, una scelta consapevole e non un silenzio sfruttato. Il Registro Volti parte da qui: dalla differenza, semplice e decisiva, tra un volto che ha detto sì e uno a cui non è stato chiesto nulla.

Fonti

SEMBLIC, Il registro dei diritti d'immagine nell'era dell'intelligenza artificiale