← IL BLOG
Un volto umano translucido che si forma da migliaia di particelle di luce, una metà nitida e una che si dissolve in pixel, accanto un sigillo geometrico luminoso
Regolamentazione· AI Act· deepfake· trasparenza· consenso

L'Europa rinvia le regole dure sull'AI al 2027, ma l'etichetta sui deepfake resta

Il 16 giugno il Parlamento europeo ha approvato il Digital Omnibus: le norme sui sistemi ad alto rischio slittano al 2027 e al 2028, ma gli obblighi di trasparenza sui contenuti generati restano fissi al 2 agosto. E un'etichetta dice che un volto è sintetico, non che qualcuno ha detto sì.

di Redazione SEMBLIC

CONDIVIDI

C'è una data che conta più del titolo. Il 16 giugno il Parlamento europeo ha approvato il Digital Omnibus, il pacchetto che semplifica e ridisegna il calendario dell'AI Act, con 423 voti favorevoli, 57 contrari e 174 astensioni. La notizia che farà rumore nelle aziende è il rinvio: le regole più severe sui sistemi ad alto rischio slittano di oltre un anno. Ma sotto quel titolo c'è una riga che riguarda chiunque abbia un volto, e quella riga non si è spostata di un giorno.

Il rinvio che fa notizia, e la regola che non si tocca

Il cuore del pacchetto è uno spostamento di scadenze. Gli obblighi per i sistemi autonomi ad alto rischio dell'allegato III, quelli che toccano biometria, infrastrutture critiche, lavoro, giustizia e processi democratici, passano dal 2 agosto 2026 al 2 dicembre 2027. I sistemi integrati in prodotti già regolati, dai dispositivi medici ai macchinari, ottengono ancora più tempo, fino al 2 agosto 2028. La ragione ufficiale è tecnica: gli standard armonizzati non sono pronti, e pretendere conformità senza un riferimento concreto avrebbe messo le imprese davanti a un muro. La spinta, però, è anche politica, arrivata dall'industria e dai grandi attori tecnologici. Manca ancora l'adozione formale del Consiglio, ma il voto della plenaria chiude il percorso.

Quello che non si tocca è l'articolo 50, la norma sulla trasparenza. Si applica dal 2 agosto 2026 a chiunque produca testo, immagini, audio o video con sistemi generativi. Bruxelles concede tempo sui processi industriali, ma tiene il punto sulla difesa dello spazio informativo. È una scelta di priorità, e dice molto su cosa l'Europa considera davvero urgente.

Tre obblighi per ogni contenuto generato

L'articolo 50 impone tre cose non negoziabili. I contenuti creati dall'AI devono portare una marcatura leggibile dalle macchine, una sorta di filigrana che resta dentro il file. I deepfake destinati al pubblico devono avere un'etichetta visibile. I chatbot devono dichiarare di non essere umani. A questo il Digital Omnibus aggiunge un divieto netto, in vigore dal 2 dicembre 2026: le app cosiddette nudifier, che spogliano una persona senza il suo consenso, e i materiali pedopornografici sintetici. Qui le sanzioni salgono fino a 35 milioni di euro o al 7 per cento del fatturato mondiale, a seconda di quale cifra sia più alta.

La vicepresidente esecutiva della Commissione, Henna Virkkunen, ha riassunto la logica in modo semplice: gli europei hanno il diritto di sapere se ciò che vedono, sentono o leggono è stato creato o modificato dall'intelligenza artificiale, soprattutto quando quei contenuti possono influenzare il dibattito pubblico.

Un emblema luminoso immerso in un flusso di pixel e scie di luce, simbolo di una filigrana digitale
La filigrana segnala l'origine artificiale, ma resta una marcatura tecnica. Illustrazione SEMBLIC.

Un'etichetta dice "sintetico", non dice "consentito"

Qui si apre la domanda che ci portiamo dietro a ogni articolo. Un'etichetta e una filigrana raccontano una cosa sola: questo contenuto è stato fabbricato da una macchina. È un'informazione preziosa, ma è metà della storia. Perché non dice nulla sulla persona reale il cui volto, la cui voce o il cui corpo compaiono in quel contenuto. Non dice se quella persona era d'accordo, e per quale uso.

Il divieto sulle app nudifier lo dimostra in negativo: l'Europa riconosce che il danno più grave nasce quando manca il consenso. Ma tra l'abuso evidente e l'uso legittimo c'è una zona enorme, fatta di pubblicità, cinema, avatar e campagne, in cui un volto reale può finire in una scena che non ha mai recitato. Per quella zona, sapere che il contenuto è "sintetico" non basta. Bisogna sapere se chi appare ha detto sì.

Una sola figura umana illuminata tra molte sagome identiche e sfumate nel buio, simbolo dell'identità verificata
Tra mille copie anonime, l'unica che conta è quella che ha dato il consenso. Illustrazione SEMBLIC.

Dove finisce l'etichetta, comincia il registro

La trasparenza europea è un buon punto di partenza, non un punto di arrivo. Segnala l'origine artificiale di un contenuto, ma lascia aperta la domanda più importante: chi ha autorizzato l'uso di quel volto? La filigrana risponde a "è vero?". Il consenso risponde a "era d'accordo?". Sono due strati diversi, e oggi il secondo non ha ancora un'infrastruttura.

È esattamente lo spazio in cui nasce Semblic. Prima che generare un volto diventi un gesto banale, serve un luogo dove una persona reale possa rivendicare il proprio, dichiarare come può essere usato e dove chiunque possa verificarlo con un semplice controllo. Il Registro Volti parte da qui: dall'idea che, accanto all'etichetta che dice "questo contenuto è sintetico", ci sia la prova che dietro quel volto qualcuno ha davvero detto sì.

Fonti

SEMBLIC, Il registro dei diritti d'immagine nell'era dell'intelligenza artificiale